Il dilemma italiano: infrangere le regole o distruggere le banche
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07 dicembre 2016
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Il settore bancario è in agitazione dopo le dimisisoni del primo ministro Matteo Renzi e la vittoria del "No" al referendum.

Per le banche europee, adesso è tutto in mano alla politica. L’Italia ha votato “No” in un referendum che è diventato una protesta contro il governo e le restrizioni legate all’adesione all’Unione europea.

Per impedire a questo dramma di trasformarsi in una crisi vera e propria, i politici dell’eurozona potrebbero dover dare il permesso di utilizzare i soldi dei contribuenti italiani per salvare la banca più malata del paese, Banca Monte dei Paschi di Siena.

Tutto questo sarà tutt’altro che piacevole perché mette a nudo la mancanza di fiducia in materia di competenza economica i paesi dell’eurozona e le paure circa l’esposizione del governo dell’Ue ai sistemi bancari locali.

Questi timori si sono già accaniti sulla moneta unica cinque anni fa. Questa volta è più una questione di sopravvivenza - anche se molte banche dell’eurozona hanno bisogno di più capitale - piuttosto che il mero superamento di una difficile fase finale di raccolta di capitali dopo una crisi.

Le valutazioni molto deboli delle banche europee mostrano quanto sarà difficile e costoso per alcuni degli istituti di credito del blocco, come UniCredit (BIT: UCG) e Deutsche Bank (NYSE: Deutsche Bank [DB]), ottenere il capitale necessario.

La vittoria del No al referendum e la crisi bancaria in Italia

Il primo test è Monte dei Paschi. Il voto del “No” probabilmente farà deragliare il suo piano di aumento di capitale da 5 miliardi di euro, dato che l’incertezza creata dalle dimissioni del primo ministro Matteo Renzi impediranno agli investitori di sostenere l’accordo; a meno che l’Italia non riesca a far insediare rapidamente un nuovo, e stabile, governo.

Lunedì i banchieri di Mps proveranno a decidere se l’accordo andrà in porto.

Se la banca non riesce a ottenere finanziamenti dagli investitori privati, dovrà imporre le perdite sui detentori di obbligazioni per coprire il capitale di cui ha bisogno. Questo significa che verrà utilizzato un po’ di denaro pubblico, perché metà dei bond di Mps sono posseduti da investitori retail le cui perdite avrebbero conseguenze politiche ed economiche dolorose.

Gli investitori retail potrebbe essere protetti da un risarcimento o da un immissione di denaro dentro Mps da parte dell’Italia, come misura di ricapitalizzazione precauzionale. La seconda opzione è permessa sotto regole europee nuove e più rigide riguardanti i bailout delle banche, ma solo in condizioni particolari. Il punto chiave in questo caso è che il denaro non devo coprire perdite recenti o probabile, il che rappresenta un problema per Mps, dato che gran parte dei soldi di cui ha bisogno è legato a doppio filo al finanziamento delle provvigioni di quei crediti deteriorati che dovrebbero essere presi in consegna dalla stessa banca, secondo i regolatori europei.

Questa situazione permette di aggirare la legge, quando è essa stessa a minacciare un duro colpo al sistema bancario o politico.

Ed è qui che la politica conta. Una dose ulteriore di sconvolgimento rafforzerebbe l’ondata anti-Europa che ha abbattuto Renzi. Ma permettere un salvataggio della banca rischia di aprire la porta a un utilizzo del denaro pubblico anche in altri settori, in un momento in cui i governi dell’eurozona si stanno impegnando a tenere le loro economie sotto controllo e i loro elettori felici, rispettando al contempo le rigide regole del blocco sui finanziamenti.

In Italia la banca più grande del paese, UniCredit, sta aspettando di lanciare un programma di aumento di capitale da 13 miliardi di euro e non la sola tra le banche europee ad avere bisogno di liquidità fresca.

Un governo tecnico capace di calmare le acque potrebbe aiutare Mps a proseguire nel suo piano. In caso contrario, i leader dell’eurozona dovranno prendere alcune dure scelte dal punto di vista politico, e farlo rapidamente.

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