Tutto sui tassi d’interesse negativi. Parte 2
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Nel quadro del progetto specialein collaborazione con il prime broker EXANTESerghej Golubizkij parla di uno strumento reale per regolare le maggiori economie del mondo contemporaneo.

Cosa si intende concretamente per i tassi negativi? è un contesto dato, è il fattore più importante per capire adeguatamente il tema. Infatti, esistono diversi tassi d’interesse:

  • Tasso d’interesse sui fondi federali (conosciuto come Fed funds rate) con cui le banche commerciali prestano il denaro per un giorno (ovvero per una notte);
  • Tasso ufficiale di sconto con cui la Federal Reserve americana concede prestiti alle banche aderenti;
  • Tasso di deposito della banca centrale con cui essa finanzia le banche commerciali;
  • Tasso primario (Prime Rate) con cui le banche concedono prestiti ai propri clienti migliori e più affidabili;
  • Tasso d’interesse sul prestito dell’intermediario;
  • Tasso su certificati di deposito;
  • Tasso su titoli;
  • Tasso su titoli di Stato a breve e lungo termine e così via fino all’infinito.

Da tutto l’elenco fino a poco fa per tasso negativo s’intendeva solo il tasso di deposito della banca centrale con cui vengono finanziate le banche commerciali. È stato proprio il tasso negativo di deposito il terzo strumento nella disposizione del modello monetarista per regolare l’economia in deflazione e recessione. Nel marzo del 2016 il tasso negativo di deposito della banca centrale è stato introdotto nell’Ue (-0,4%), in Svezia (-1,1%), Danimarca (-0,65%), Svizzera (-0,75%) e Giappone (-0,1%). Cito alcune cifre di riferimento: nella Federazione Russa il tasso di deposito è pari all’11 %, in Cina al 4,35%, in Brasile al 14,25%, in India al 6,75%, negli USA allo 0,5%. I tassi più alti del mondo sono in Moldavia (19,5%), Ucraina (22%), Ghana, Malawi e Bielorussia (25%).

Non è un caso che ho detto “fino a poco fa”. Perché nel 2016 hanno avuto luogo due avvenimenti che, secondo me, hanno spinto indirettamente ad un’universalizzazione del concetto del tasso negativo e il suo entrare nel largo campo informativo.

Nel 2016 il Giappone e la Svizzera hanno esteso i tassi negativi al bastione prima intangibile degli investitori, ai titoli di stato a lungo termine (10 anni e più). I titoli a breve e medio termine hanno avuto tassi negativi molto fa in Svizzera, Svezia, Germania, Olanda, Finlandia, Australia, Belgio, Francia, Irlanda, Danimarca e Giappone.

I titoli a lungo termine resistevano il più possibile, ma già il tasso per i titoli decennali in Giappone costituisce il -0,035%, in Svizzera il -0,358.

Insomma, secondo le stime di Bloomberg, 7 trilioni di dollari di titoli di stato (circa il 30% del debito sovrano del mondo!) hanno un tasso d’interesse negativo.

Adesso vediamo. Per esempio, prendiamo i titoli di stato svizzeri decennali al tasso del -0,358%. Cosa vuol dire? Vuol dire che pagate allo Stato e ricevete i titoli, per i quali pagate lo 0,358% all’anno.

Fate attenzione: siete voi a pagare! Vuol dire che lo Stato consente graziosamente di prendere in deposito il vostro denaro per un pagamento moderato. Se non capissimo il contesto, la situazione sembrerebbe una follia!

Infine appena i prezzi di azioni cresceranno, rivivrà la Borsa valori, la gente ricorrerà ai crediti più intensamente e investirà in immobili, giocherà in Borsa. E così via, precisamente come dice il modello economico di Rey Dalio.

Ecco la questione principale: quanto è probabile che introdurre il tasso d’interesse negativo sia efficace? La risposta più diffusa a questa domanda, che potete trovare nella maggior parte dei media (che stanno a creare miti sociali) è la seguente: il tasso d’interesse negativo della banca centrale non è efficace, non funzionerà, l’economia non rivivrà, il popolo non comincerà a comprare, e l’impresa proseguirà la sua stagnazione nelle condizioni della produzione eccessiva. Per farla breve, il terzo strumento del modello monetarista è un male!

Le persone ragionevoli, abituate a pensare da sole, reagiscono subito in modo giusto a questo isterismo, e non danno retta agli imbecilli. Tanto per cominciare perché la storia non ha ancora visto una situazione in cui le banche centrali avessero utilizzato il loro ultimo strumento per influire sulla deflazione e sulla recessione su una scala così grandiosa e internazionale.

Ma non è tutto. Vediamo. Nel marzo del 2016 la Bce ha ridotto il tasso di deposito dal -0,3% al -0,4%, e l’ha fatto per una sola ragione: per dimostrare a tutto il mondo che non c’era nessun limite alla riduzione dei tassi e che la BCE si sarebbe servita di questo strumento tanto quanto riteneva necessario.

Prima o poi verrà un momento in cui banche smetteranno di depositare il denaro. E si dovrà fare qualcosa con questo denaro. Non potranno viverne perché semplicemente falliranno (non avranno niente per coprire le spese correnti). Le banche commerciali non potranno neanche introdurre i tassi negativi poiché faranno disperdere tutti i clienti. Così decideranno di concedere prestiti.

L’argomento che la gente non prenderà prestiti non è giusto, tutto dipende dal tasso. Prima o poi le banche dovranno abbassarlo fino al punto in cui la tentazione superi la paura. E il ciclo creditizio riprenderà la sua rotazione.

Il tasso d’interesse ha anche molti altri obbiettivi aggiuntivi e assai efficaci. Per esempio, far soldi grazie agli strumenti nominati in moneta nazionale. Vi è soltanto in Russia, isolata dal mondo, la questione di attirare capitali altrui per questione di sopravvivenza.

Per la Svizzera è di gran lunga più importante un altro compito: togliere la pressione dal franco e rendere il costo dei prodotti locali almeno un po’ più competitivo.

Se il tasso sui titoli di Stato svizzeri a breve e lungo termine rimarrà stabilmente negativo, il denaro defluirà dai titoli nominati in franchi. Significa che l’appeal della moneta locale diminuirà, calerà il tasso di cambio, crescerà il costo di prodotti e servizi.

Può darsi che si riesca a vendere non soltanto orologi per un quarto di milioni di dollari al pezzo, ma anche tessili, macchinari, medicinali, dispositivi elettronici e tante altre buone cose troppo care prodotte dagli gnomi svizzeri.

Tutte queste previsioni, lo ripeto, non sono che ipotesi dato che non sono confermate dalla storia. Il fattore più importante che renda, a parer mio, sconsiderata qualsiasi previsione negativa nello stimare del tasso d’interesse negativo, è la dinamica reale dell’uscita dalla crisi dimostrata dalla Federal Reserve statunitense e dalla Bce dal 2008 al 2016.

Ci si può lamentare molto che le misure non siano efficaci e non si riesca a far rivivere l’economia neanche tra 8 anni, però non si deve negare l’evidente: mai c’è stata un’uscita dalla recessione e deflazione così delicata, liscia, quieta e tranquilla come quella che osserviamo negli ultimi anni!

Va notato anche che la crisi di debito del 2008 ha superato per intensità la Grande Depressione e il crollo del 1987! Però tra le conseguenze della crisi contemporanea non abbiamo visto niente simile né al demurrage degli anni ’30, con l’enorme tensione sociale e catastrofe umanitaria, né alla liquidazione assoluta del mercato delle obbligazioni e degli immobili come è avvenuto dopo il Lunedì nero (il 19 ottobre del 1987).

Infine c’è ancora un argomento che fa guardare con ottimismo al futuro. Il fatto è che tutt’e tre gli strumenti menzionati per resistere alla deflazione e alla recessione, nel quadro del modello monetarista relativo alla gestione dell’economia, non sono che una parte dell’arsenale disponibile.

Sia la riduzione dei tassi, sia l’alleggerimento quantitativo, sia i tassi negativi sono strumenti della banca centrale che vengono usati in una situazione in cui lo Stato, marionettista principale e assoluto della storia, non voglia in alcun modo abiurare ai propri principi e alla decisione di attenuare la tensione sociale!

Se si pensa al modello di Rey Dalio, si vede che accanto alla banca centrale a intervenire attivamente nella regolamentazione dell’economia vi è proprio lo Stato. Infatti sia l’imposizione di tasse, sia la redistribuzione degli investimenti nei limiti del budget tra settori dell’economia e gruppi sociali, tutto questo fa parte dell’arsenale delle misure, come ho già detto, non ancora utilizzate.

In altre parole, oggi lo Stato (nell’Ue e negli USA) prosegue col fare quello che faceva nel 2008: propizia sia i ricchi (non impone tasse enormi), che i poveri (effettua grandi programmi di assistenza sociale). L’ultimo a resistere rimane la banca centrale che si ostina a non arrendersi ed è pronta a intraprendere anche tali esperimenti audaci come il tasso d’interesse negativo.

Suppongo che, se queste misure non avranno effetto, lo Stato non permetterà alla crisi economica di trasformarsi in disordini sociali e interverrà con i mezzi ad esso disponibili: la politica fiscale, la redistribuzione dei flussi del denaro, la stimolazione dei cambiamenti strutturali dell’economia grazie alla regolamentazione budgetaria della domanda e offerta in mercato.

Arrivo alla conclusione e rispondo alla domanda su cosa fare con i tassi d’interesse negativi: niente! Basta solo cercare di comprendere e seguire attentamente la dinamica degli eventi, rendendosi conto che è una gran fortuna che oggi il mondo sia gestito da scienziati monetaristi appartenenti all’epoca del capitalismo postindustriale, e non da pratici realisti appartenenti all’epoca dei semplici “produttori” tanto amati dalla “Tradizia” russa.

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