La strategia dell’OPEC potrebbe rivelarsi controproducente
Pagina principale Economia, OPEC, Petrolio

L'Agenzia internazionale dell'energia (AIE) non attuare un controllo della produzione di petrolio potrebbe far calare ulteriormente i prezzi e questo avrebbe un impatto negativo sulle entrate.

Il rifiuto dell’OPEC di limitare la sua produzione di petrolio potrebbe dare inizio a un nuovo ciclo di prezzi bassi e di difficoltà per i bilanci dei suoi membri, ha dichiarato martedì l’Agenzia Internazionale dell’Energia.

I commenti dell’organizzazione con sede a Parigi che monitora i trend energetici ha riaffermato il pessimismo interno ed esterno al gruppo in merito alla strategia decisa dai sauditi di tenere i rubinetti aperti, per fare pressione a concorrenti dai costi più elevati quali gli Stati Uniti.

Alcuni membri dell’Organizzazione dei paesi esportatori di petrolio, tra cui Venezuela, Iran e Algeria sono stati messi alle corde dal crollo dei prezzi del petrolio e insistono per un taglio della produzione che consenta loro di rimettersi in carreggiata.

Le lamentele giungono anche dai produttori di petrolio che non fanno parte del gruppo: lunedì il ministro del petrolio dell’Oman, Mohammed Bin Hamad Al Rumhy, ha definito gli attuali livelli produttivi “irresponsabili” e ha affermato che il gruppo ha contribuito al calo dei prezzi.

“In questo settore se immetti nel mercato un milione di barili in più al giorno, distruggi il mercato stesso”, ha affermato Rumhy. “Stiamo vivendo un momento di grande difficoltà e lo consideriamo una crisi inflitta da Dio. Mi spiace, ma io non ci credo. Credo che siamo stati noi stessi a danneggiarci”.

L’AIE ha espresso i suoi commenti in un riassunto del suo World Energy Outlook, un lungo rapporto annuale sullo stato del settore energetico, dal greggio alle risorse rinnovabili.

Il dibattito giunge mentre l’OPEC si organizza per un potenziale contenzioso che potrebbe avere luogo il 4 dicembre a Vienna. L’Arabia Saudita, lo stato leader del gruppo, ha segnalato che non consentirà un cambiamento di strategia, affermando che i tagli alla produzione non influenzerebbero il mercato come accadeva prima dell’impennata della produzione statunitense.

Per ora questa strategia ha avuto come effetto negli ultimi mesi un calo della produzione degli Stati Uniti, colpita duramente dal crollo dei prezzi del petrolio, scesi a meno di 50 dollari al barile.

Tuttavia c’è anche un costo. Molte grandi banche d’affari e compagnie petrolifere prevedono ora un prezzo di circa 60 dollari al barile per il 2016, molto più basso della cifra necessaria a far quadrare il bilancio in alcuni paesi produttori di petrolio, non ultimo l’Arabia Saudita. Inoltre diverse compagnie petrolifere nazionali del medio oriente stanno rinviando i loro progetti al fine di risparmiare denaro.

Lunedì i titoli di dicembre sono scesi di 42 centesimi fino a 43,87 dollari a New York, prolungando una tendenza negativa di quattro sessioni che ha inflitto ai prezzi un calo dell’8,4%. Brent, il riferimento globale, è sceso di 23 centesimi assestandosi a 47,19 dollari.

Martedì l’AIE ha dichiarato che “un cambiamento duraturo nella strategia produttiva dell’OPEC a favore della salvaguardia di una più alta quota del mercato petrolifero” potrebbe, tra l’altro, mantenere il prezzo del greggio di Brent intorno ai 50 dollari al barile fino alla fine del decennio. Con questi prezzi i profitti delle esportazioni petrolifere dell’OPEC sarebbero più bassi del 25% rispetto a uno scenario più aggressivo che vedrebbe un rialzo a 80 dollari al barile entro il 2020. Secondo l’AIE lo scenario da 80 dollari è più probabile.

Lunedì i produttori del golfo persico dell’OPEC hanno difeso la loro risoluzione di alzare al massimo la produzione al fine di mantenere la loro fetta di mercato.

Suhail al Mazrouei, un ufficiale di alto grado degli Emirati Arabi Uniti, ha affermato che i tagli della produzione non farebbero che incentivare i produttori degli Stati Uniti e di altri paesi dai costi più alti. Il petrolio degli Emirati Arabi, dell’Arabia Saudita e di altri produttori del medio oriente ha infatti costi di produzione molto più bassi.

Mazrouei ha affermato:

“Quando hai il petrolio più economico, dovresti essere il produttore principale”.

Secondo l’AIE un incremento della produzione in Iraq e in Iran è tutt’altro che certo, a causa della situazione politica e dei rischi degli investimenti. L’organismo ha inoltre affermato che la produzione statunitense - con la sua “capacità di reagire velocemente ai segnali dati dai prezzi” - “sta cambiando il modo di operare del mercato petrolifero”, ma che l’incremento sarà limitato dal rapido esaurimento delle riserve di idrocarburi.

Martedì l’AIE ha affermato che la produzione americana di idrocarburi avrà una ripresa, crescendo fino a raggiungere un picco di 5 milioni di barili al giorno nel 2020.

Leggi anche:
Perfavore descrivi l'errore
Chiudere