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L’OPEC è alle prese con una guerra intestina dei prezzi del petrolio, a caccia del denaro asiatico.

Quando si tratta di decidere quanto far pagare agli acquirenti di petrolio asiatici, i membri dell’OPEC mostrano ben poco rispetto per la tradizione.

I membri dell’Organizzazione dei Paesi esportatori di petrolio hanno marciato compatti per lungo tempo, alzando o abbassando in sincrono i prezzi. Ora però il Kuwait sta vendendo a prezzi molto inferiori rispetto all’Arabia Saudita, e anche il petrolio dell’Iraq è più conveniente rispetto a quello del membro più influente dell’OPEC. Il Qatar ha abbassato i prezzi del petrolio ai minimi storici degli ultimi 27 mesi, così da competere con il greggio degli Emirati Arabi Uniti.

Mentre l’organizzazione che rappresenta il 40% circa delle forniture globali di petrolio continua a portare avanti una strategia collettiva per sommergere di greggio il mercato, l’apparente coesione svanisce nel momento in cui devono essere stabiliti i prezzi di vendita mensili. Con l’Asia che, stando alle previsioni, quest’anno rappresenterà la voce più importante della crescita globale di domanda di petrolio, la competizione per conquistare le preferenze dei suoi acquirenti sta mettendo in secondo piano le alleanze storiche.

Virendra Chauhan, analista della società di consulenza Energy Aspects Ltd. di Singapore dichiara:

“Quella delle quote di mercato all’interno dell’OPEC è una battaglia all'ultimo sangue. Il tutto mentre il gruppo cerca di evitare la crescita della produzione nei paesi al di fuori dell’OPEC quali Russia, Brasile e Stati Uniti.”

Il campo di battaglia è la regione asiatico-pacifica che nel 2015 rappresenta il 34% circa della domanda globale di greggio, secondo l’ultimo report mensile a cura della International Energy Agency. L’anno prossimo la sola Cina sarà responsabile di oltre un quarto della crescita dei consumi, prevede l’agenzia con sede a Parigi. Il paese sta importando quantitativi quasi da record, approfittando dei prezzi bassi per accumulare riserve.

I prezzi ufficiali delle esportazioni del petrolio kuwaitiano Export Blend verso l’Asia erano inferiori di 65 centesimi in ottobre – dato record – e di 60 centesimi in novembre rispetto a quelli dell’Arab Medium di simile qualità offerto dall’Arabia Saudita. La forbice si è allargata rispetto ai 40 centesimi di inizio 2014.

L’Iraq sta offrendo il suo Basrah Heavy a 3,70 dollari al barile in meno rispetto alla varietà Arab Heavy dell’Arabia Saudita: si tratta del più grande abbassamento di prezzi da aprile, mese in cui l’Iraq ha iniziato a venderlo, a oggi. Il greggio Qatar Land è di 1,20 dollari al barile più economico del Murban di Abu Dhabi: è la differenza più consistente da quando nel giugno 2013 vennero stabiliti i prezzi ufficiali, secondo i dati elaborati da Bloomberg. Lo scorso maggio la forbice era di appena 40 centesimi.

Intenzionati a cementare i rapporti con i loro clienti di lunga data, i membri dell’OPEC tra cui anche l’Arabia Saudita stanno competendo l’uno con l’altro, così come con i produttori esterni al gruppo, sostiene Bob Fryklund, stratega capo di IHS Inc.

“È per questo motivo che i prezzi sono così scontati rispetto agli altri greggi prodotti nel mondo,” ha dichiarato lo scorso 8 ottobre nel corso di un’intervista a Tokyo. “Continuano a cercare di costruire quei rapporti.”

Lo scorso agosto i prezzi del petrolio sono crollati ai minimi storici degli ultimi sei anni, quando l’OPEC ha risposto a un’impennata nelle forniture provenienti dai depositi di scisto USA aprendo i propri rubinetti nel tentativo di estromettere dal mercato i produttori di greggio a maggior costo. L’OPEC ha dichiarato di avere pompato in settembre i quantitativi più elevati di greggio degli ultimi tre anni, sospinti dalla produzione irachena.

La strategia ha funzionato a tal punto che la produzione di petrolio statunitense è crollata; lo scorso anni i prezzi in picchiata hanno spinto i trivellatori a fermare più della metà degli impianti di estrazione. La produzione è scesa di oltre 500 mila barili al giorno rispetto al massimo storico degli ultimi tre decenni (9,61 milioni di barili al giorno) raggiunto in giugno, rivelano i dati settimanali a cura della Energy Information Administration.

Far quadrare i conti è costato caro ai membri dell’OPEC che dipendono dai profitti generati dal petrolio. Per l’Arabia Saudita, le cui entrate sono prevalentemente basate sul greggio, quest’anno è atteso un deficit di bilancio pari a quasi il 20% del PIL, stima il Fondo Monetario Internazionale.

Quest’anno i futures sul Brent sono crollati del 15% sull’ICE Futures Europe di Londra, scambiati a 48,82 dollari al barile alle 12:39 ora locale di Singapore. Il paniere OPEC, che rappresenta le principali esportazioni di greggio di tutti i paesi membri, è calato del 12% nel 2015.

Mentre l’OPEC prevede per il prossimo anno un aumento della domanda di petrolio, forniture in crescita potrebbero arrivare da un membro in particolare. L’Iran, quinto più grande produttore OPEC, in sei mesi potrebbe innalzare la propria produzione a 3,6 milioni di barili al giorno se verranno allentate le sanzioni internazionali, ha dichiarato il 13 ottobre la IEA. Il paese ha prodotto 2,8 milioni di barili al giorno in settembre, secondo i dati elaborati da Bloomberg. Il quantitativo extra potrebbe finire col rimpiazzare qualità simili di petrolio prodotte da Arabia Saudita, Iraq o Russia, sostiene l’agenzia.

“È probabile che ci sia molta più competizione all’interno dell’OPEC quando aumenteranno le esportazioni iraniane,” ha dichiarato Ehsan Ul-Haq, analista dell’agenzia di consulenza londinese KBC Advanced Technologies. “Se l’export iraniano continuasse a crescere, si renderà necessario un aggiustamento dei suoi prezzi di vendita ufficiali così da renderli più appetibili nel confronto con altre tipologie simili di greggio.”

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